Dantesca
Matteo Rubini
«Non riusciresti a trovare i confini della Psykhé neanche se percorressi ogni via».
(Eraclito)

INSTRUMENTATION
2 flutes, 2 oboes, 2 clarinets, 2 bassoons
4 horns, 2 trumpets, 3 trombones, tuba, harp, celesta
3 timpani
strings
Prato, Teatro Politeama, 1 October 2021 Final of the “Dante 700” International Competition (2021)
Camerata Strumentale di Prato/Fhilarmonie – Orchestra Filarmonica di Firenze
Ratio compositiva
«Non riusciresti a trovare i confini della Psykhé neanche se percorressi ogni via».
(Eraclito)
Ho adottato, nel mio linguaggio compositivo, un retroterra storico di simboli sonori attinti dalla grande tradizione occidentale. Per isomorfismo ho focalizzato che le allegorie pregnanti della Divina Commedia ci suggeriscono un andare “oltre” la persona, viaggiando nelle “segrete cose” verso la completezza dell’individuazione umana, come un grande Mandala percorrendo il quale si ha una graduale presa di coscienza del Sé.
Nella Commedia è descritto il processo di pulitura dell’animo dalla nigredo, il trascendere lo spirito del mondo per connettersi allo spirito del profondo. Si narra di un precipitare nella “grotta” dell’oscurità che è viaggio “infernale” dentro di sé, un tragitto che porta infine alla propria elezione, alla grazia intesa come liberazione dai condizionamenti, come consapevole affermazione del Sé che ci contiene e di cui ignoriamo i confini. In tal senso si stabilisce un’analogia fra la Commedia e l’Albero della Vita, inteso come mappa della psyché, come percorso verticale di ascesa ed ampliamento del proprio io, viatico per il superamento delle limitazioni di Malkhut, il “Mondo del Regno” umano, in cui abita l’ipocrisia della maschera, in cui l’uomo definisce sé stesso nei limiti di una personalità acquisita e non originaria.
Un viaggio di purificazione oltre ai cieli conosciuti, nell’orizzonte sconfinato dell’iperuranio, che affranca l’uomo dai suoi peccati, i traumi che ne complicano l’esistenza; un viaggio verso Beatrice, la parte femminile, l’intuizione che fa dell’uomo un dio — come, ad esempio, accade nel Corpus Hermeticum — dischiudendogli le porte dell’eternità.
Inferno — il luogo dello smarrimento
L’Inferno è il luogo dello smarrimento, la regione pervasa dalla maggior asprezza, il luogo in cui si racconta dei traumi e delle condizioni di chi non li vede, in cui la luce della consapevolezza è adombrata dall’oscurità di chi ignora la propria misera condizione, dallo smarrimento causato dai condizionamenti della vita comune — la “selva oscura” di Malkhut in cui “la diritta via era smarrita…” — è il momento in cui avviene la discesa nell’inconscio, la via verso “il cielo”, la via verso l’affermazione di Sé.
Purgatorio — il luogo dell’oblio dei limiti
Il Purgatorio è il luogo in cui avviene l’oblio delle limitazioni di una vita impersonale, lo spazio in cui avviene l’integrazione dell’ombra, in cui si combatte per lasciare alle spalle qualcosa di sé, per giungere all’incontro autentico con la propria anima; luogo di sofferenza in cui emerge l’esigenza di creare armonia e riscattare la libertà della coscienza dai condizionamenti interni ed esterni. Nel Purgatorio emerge la dimensione eroica del guerriero, come innato impulso a trascendere l’uomo naturale: luogo dell’imitatio Christi, luogo di battaglia, del grande conflitto, la battaglia con ʼiyr, preludio all’ascesa in Paradiso, che si pone come trionfo della luce.
Paradiso — l’ascesa, il diventar altro
Il Paradiso, la terza cantica, l’ascesa, il diventar altro. «Quella materia ond’io son fatto scriba» (X, 27). Luogo del prevalere della luce, luogo in cui si resta “zoppi” con un’imperfezione d’equilibrio, che è simbolo della capacità acquisita dello stare in due mondi, come attestato iniziatico che fa di sé, al termine del viaggio, un Yṛaʿʼel, un ʼez-ʼiyr, una sovrumana immensità.
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