Phoenix
Matteo Rubini
«Che la fenice more e poi rinasce, quando al cinquecentesimo anno appressa; erba né biada in sua vita non pasce, ma sol d’incenso lacrima e d’amomo, e nardo son l’ultime fasce».
(Inferno XXIV, 107–111)
INSTRUMENTATION
solo piano
2 flutes, 2 oboes, 2 clarinets, 2 bassoons
4 horns, 2 trumpets, 2 trombones, tuba
3 timpani
strings
RECORDING
September 2026
London Philharmonic Orchestra
PIANIST
Roberto Prosseda
CONDUCTOR
Nir Kabaretti
Ratio compositiva
«Che la fenice more e poi rinasce, quando al cinquecentesimo anno appressa; erba né biada in sua vita non pasce, ma sol d’incenso lacrima e d’amomo, e nardo son l’ultime fasce».
(Inferno XXIV, 107–111)
La figura
La fenice è, nella tradizione che attraversa l’Egitto, l’antichità classica e il pensiero medievale, figura della volontà che resiste alla caducità. Manifestazione dell’Osiride risorto, prima forma di vita apparsa sulla collina primordiale sorta dal Caos acquatico, essa è semper eadem — sempre la stessa — come il sole che torna a sorgere dopo il proprio tramonto. Non rinasce per caso ma per legge: il suo ritorno annuncia un nuovo periodo di fertilità, l’incessante lavorio del cosmo nel rinnovare sé stesso.
Il conflitto
Il concerto pone il conflitto fra identità e appartenenza. L’orchestra figura i condizionamenti che soggiogano lo slancio originario, la novità che ciascuno porta con sé; il pianoforte, il desiderio di liberarsene per portare a compimento la propria autenticità. È una tensione che non riguarda soltanto l’individuo psicologico: è la condizione dell’uomo moderno, costantemente esposto a una pressione di omologazione che non si presenta come violenza esplicita ma come mediazione continua, costante, accettata.
La funzione dell’orchestra ricorda, sotto questo profilo, quella del coro nella tragedia greca: voce collettiva che raccoglie l’umore della città e lo restituisce. Qui però la voce non è esterna, è interiore: è la trama profonda dei condizionamenti che ciascuno porta dentro di sé e che disturba l’autenticità con la stesura di intrecci sotterranei. Vi è in ognuno di noi un’orchestra di questo genere; e vi è un pianoforte, a simboleggiare il bisogno irrefrenabile della coscienza di de-siderare anziché limitarsi a con-siderare — a desiderare oltre il dato, anziché limitarsi a registrarlo.
La lotta
Il conflitto si articola in una continua alternanza di inseguimento, confronto, scontro, apparente pacificazione, sconfitta, morte simbolica del protagonista e infine rinascita. La logica è quella espressa dal mito: solo dalla morte di ciò che deve essere superato può avvenire il vero rinnovamento. Una lotta fra chi vuole ghermire e chi cerca la libertà, intesa come autodeterminazione — capacità di porsi come fonte e non come prodotto.
L’inno
Nel finale il pianoforte, dapprima sopraffatto e ridotto all’assimilazione del linguaggio dell’oppressore, attraversa la propria morte simbolica e ritorna trasfigurato. L’inno conclusivo è un inno al sole: non al sole come oggetto naturale, ma a ciò che il sole è sempre stato per chi ha pensato la condizione umana — il principio che permette al singolo di essere sé stesso senza rinunciare alla comunità, e alla comunità di esistere senza dover annullare il singolo. La consonanza finale non è dunque approdo decorativo ma traduzione di un assetto: una comunità di uomini liberi non è un’aggregazione di solitudini, né una fusione che dissolve le differenze; è la forma in cui ciascuno può portare la propria voce nel concerto degli altri.
Detto tra noi
Il simbolo è più potente della parola, e non tutto può essere detto o narrato. Le arti temporali nascono e muoiono nel tempo, e possono risorgere: esattamente come la fenice. La musica è essa stessa fenice — ed è dunque la fenice che si racconta in questo concerto.
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