Matteo Rubini Composer

The reference to the alchemical Rebis

Matteo Rubini 

«Non riusciresti a trovare i confini della Psykhé neanche se percorressi ogni via».
(Eraclito)

INSTRUMENTATION

string orchestra

WORLD PREMIERE

Malta, 9 May 2026

ORCHESTRA

Malta Philharmonic Orchestra

CONDUCTOR

Luigi Piovano

Nota dell’autore

Ratio compositiva

«Non riusciresti a trovare i confini della Psykhé neanche se percorressi ogni via».
(Eraclito)

La cosa duplice
Rebis — dal latino res bina, “cosa duplice” — è nella tradizione alchemica l’essere composto che tiene insieme i principi opposti senza dissolverli l’uno nell’altro. La perfezione, suggerisce questa figura, non risiede nella cancellazione delle contraddizioni, ma nella forma che le concilia lasciandole essere ciò che sono. La fantasia per orchestra d’archi muove da questa idea e ne fa il proprio principio costruttivo: una meditazione sulla tensione fra forze contrastanti che, proprio nel loro contrasto, scoprono di appartenersi.

La dialettica
Cuore del Rebis è una dialettica fra due polarità che attraversano l’intera materia sonora. La prima si manifesta come incisività, slancio, urto, energia che procede per discontinuità; la seconda come canto, sinuosità, respiro, linea che si dispiega per gradi. Sono polarità strutturali, non simboliche — il salto e il passo, il taglio e la curva, la differenza che separa e la differenza che unisce.

Esse non sono identità fisse. Vi sono momenti in cui ciascuna assume tratti dell’altra senza rinnegare la propria natura: il principio dello slancio si insinua nella materia stessa del principio del canto, abitandola dall’interno; il principio del canto si fa fermo, acquisisce peso e tenacia, senza per questo trasformarsi nel suo opposto. È una resistenza che non aggredisce e non cede: piega la propria natura in una forma di costanza che resta riconoscibile.

Il viaggio
Il brano si apre con un’emersione dal profondo: una gestazione, materia ancora indistinta. Da questo profondo emerge la cellula che genererà il pensiero compositivo — essa stessa una piccola coniunctio oppositorum, in cui il gesto del passo e il gesto del salto convivono in un’unica figura. Da qui si dispiega un cammino che attraversa cadute e risalite, momenti di lirismo e momenti di scontro.

Il punto di più acuta tensione coincide con la simultaneità del conflitto: i due principi non si alternano, ma si affermano contemporaneamente, ciascuno al massimo della propria identità. È in questa simultaneità, e non nella vittoria dell’uno sull’altro, che il brano espone la propria tesi: la forza non annulla la grazia, la grazia non si ritira davanti alla forza. Dopo la violenza torna il lirismo — non come consolazione ma come sopravvivenza, la stessa materia di prima ora carica della memoria di ciò che ha attraversato.

La conciliazione

Verso la fine i due principi si dispongono per la prima volta in convivenza non violenta. L’uno si protende verso l’alto — anelito, slancio, aspirazione — l’altro scorre verso il basso — abbandono, raccoglimento, ritorno alla radice. Non si contendono più lo spazio, non si urtano frontalmente: si dispongono su traiettorie complementari, in un gesto che è insieme separazione e dialogo. La coesistenza non è assimilazione né compromesso, ma rispetto della differenza: ciascuno rimane pienamente sé stesso, e proprio per questo può incontrarsi con l’altro senza annullarlo.

Dal nebuloso che precede la chiusura emerge il corale conclusivo. È un equilibrio rovesciato rispetto a tutto ciò che precede: la forza non scompare ma si mette al servizio; la grazia non soccombe ma diviene canto. Per la prima volta i due principi condividono lo stesso spazio armonico, accomunati senza essere confusi.

La porta lasciata aperta

Il brano però non si chiude su quel centro. L’ultimo gesto si rivela in rapporto di tensione, e non di approdo, con il corale appena raggiunto: ciò che era stato creduto fondamento si scopre, alla fine, come tensione verso altro; ciò che era stato creduto approdo si rivela momentaneo, attraversato, non definitivo.

In questo scarto si cela la tesi ultima del Rebis. Ogni conciliazione porta in sé il germe di un nuovo stravolgimento: nessuna unione è finale, nessuna quiete è l’ultima. La sospensione conclusiva non è incompiutezza, ma riconoscimento dell’irrisolto che abita ogni soluzione — la consapevolezza che la vita stessa, come la musica, non si lascia chiudere in un accordo compiuto. Ciò che sembrava principio torna come tensione; ciò che sembrava fine si rivela passaggio. Il brano si congeda lasciando aperta la porta, perché nel respiro del Rebis non esiste un punto fermo, ma soltanto il movimento fra i suoi opposti.

media

Instagram Reel

Link: https://www.instagram.com/reel/DYhG23ds5jx/

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